Mimetismo criptico: l’arte del camouflage

Quest’articolo è stato aiutato nella sua organizzazione (il mio cervello, chi mi conosce lo sa, è un enorme calderone pieno di cose in disordine) anche dalla mia partecipazione al seminario del Prof. Carlo Morelli ““Quando la realtà supera la fantasia: gli adattamenti degli animali”” , che mi ha dato gli spunti per mostrare visivamente il tutto nel migliore dei modi.
Tra l’altro ho apprezzato molto, da parte mia che sono un amante della scienza fuori dalle accademie, la partecipazione variegata di addetti ai lavori (Dio ce ne scampi e liberi!) e non, con un interesse decisamente maggiore da parte degli ultimi.
E poi ci si chiede come mai io non ami troppo QUELL’ambiente.

Avevo già introdotto il concetto di mimetismo e criptismo parlando della colorazione aposematica, che costituisce la strategia in cui si sceglie un colore sgargiante allo scopo di “far ricordare” al predatore il rischio.

Aposematismo: l’ostentazione cafona in natura

Le definizioni sono diverse e, per evitare di fare confusione, è meglio ripetere il concetto.
Per mimetismo si intende l’imitazione o l’ostentazione di particolari caratteri (colorazione, forma) e può esser definito anche come mimetismo fanerico. Il mimetismo che si intende quotidianamente, cioè la capacità di rendersi meno visibile ai predatori, dev’esser definita criptismo o mimetismo criptico.

Il mimetismo criptico non ha sempre come scopo principale, come si crede, il nascondersi dai predatori, ma anzi può essere una strategia predatoria a sua volta.
Nel caso in cui il criptismo sia funzionale a non apparire, si può dividere in due specifiche forme: si parla di omeocromia quando, in un caso di criptismo semplice, l’animale possiede gli stessi colori dell’ambiente, mentre una forma più evoluta, in cui l’animale prende addirittura la forma di un oggetto inanimato (come una foglia), è detta omeomorfia.
Gli ortotteri (grilli, cavallette, locuste) ed i lepidotteri (farfalle) sono un ottimo esempio dell’applicazione dell’omeocromia, seppur vi siano anche specie omeomorfe. Possono avere un colore omogeneo o un aspetto variopinto, in base al tipo di ambiente in cui vivono. Pensiamo alle falene che prendono la colorazione dei tronchi su cui sostano di giorno o ai grilli verdi come l’erba. Qui sotto alcuni esempi di ortotteri e lepidotteri.

I fasmidi, cioè l’insetto stecco, sono presentano sia omeocromia che omeomorfia, somigliano nella forma e nel colore ad oggetti dello scenario. Alcuni casi sono davvero straordinari.

Non solo gli insetti sono bravi a nascondersi nell’ambiente. Vi sono molti esempi tra i rettili e gli anfibi, in alcuni pesci e nei mammiferi.

Alcuni animali che non sono in grado di camuffarsi con l’ambiente circostante hanno però sviluppato un’altra “tecnica”, che consiste nel ricoprirsi dei corpi delle proprie prede, di sterco o di piante circostanti.

Si parla di mimetismo aggressivo quando la capacità di non essere visti viene utilizzata come strategia predatoria. E’ il caso di molti gechi, delle mantidi e del camaleonte, anche se nell’ultimo caso si tratta di un mimetismo temporaneo.

Altra strategia, che somma criptismo e mimetismo, è quella di quegli animali che normalmente sono poco visibili, ma quando un predatore si avvicina fanno in modo di disorientare il predatore. Questo viene definito fanerismo temporaneo.
In un esperimento condotto sulle ghiandaie (Garrulus glandarius) da Debra Schlenoff nel 1985 sulla capacità degli uccelli nel riconoscere le prede “sistemando il tiro” con l’esperienza, sono stati utilizzati i disegni delle ali di Catocala (falena). Le ali di queste farfalle sono il tipico esempio di fanerismo temporaneo: queste tengono esposte le “ali anteriori” adatte al camuffamento e, sotto di queste, un altro paio di ali vistosamente colorate. All’avvicinarsi della ghiandaia, la farfalla apriva le ali, mostrando il paio di ali colorate. I disegni (che in alcuni casi somigliano a veri e propri occhi) erano in grado di spiazzare il predatore, garantendo alla preda qualche secondo per fuggire. Il tipo di disegno però dev’essere leggermente diverso da esemplare ad esemplare, nel caso delle farfalle, perché altrimenti il predatore potrebbe abituarsi e “farci l’occhio”.

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