Il mirto (Myrtus communis) : la Venere del fuoco

Delle divinità della mitologia romana, Venere è senza dubbio quella che mi ha sempre affascinato maggiormente, probabilmente anche a causa del mio amore per il genere femminile in tutte le sue manifestazioni. Il fatto che la Dea dell’amore, della bellezza e della fertilità sia automaticamente associata ai suoi 7 difetti fa capire quanto la bellezza sia figlia dell’imperfezione, del mutamento e della diversità. Il mio personalissimo concetto di bellezza s’è formato in modo completamente casuale, solo negli anni del liceo ho scoperto che convergeva con il canone rappresentato da questa antica Dea romana, sia per quanto riguarda le donne che in senso molto più ampio.

Un giorno di parecchi anni fa mi ritrovai a fare una passeggiata su una collinetta non lontano dal terreno della mia famiglia, in Sardegna. Da poco vi era stato un incendio e la terra era ancora tutta ricoperta di nero e grigio della cenere. Spostando dei rami trovai però dei germogli verdi che spuntavano dalla base del cespuglio: come la Fenice risorge dalle sue ceneri, anche le piante rinascono a nuova vita dopo un evento così devastante.

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All’arrivo dell’estate in Sardegna diversi incendi cominciano a colpire territori vastissimi, causando conseguenze importanti sia alla fauna che alla flora di quelle zone. I danni variano dalla distruzione degli habitat, alle criticità sotto l’aspetto idrogeologico fino ai rischi per la popolazione.
Nessun incendio è uguale ad un altro: variano le condizioni atmosferiche ed il tipo di vegetazione colpita, oltre alle caratteristiche del terreno stesso. Un’altra cosa da considerare riguarda le differenti zone dell’incendio, in cui si passa da temperature di 500 gradi in superficie e di 50 a soli 2 centimetri di profondità. Per questo motivo, sono differenti i danni nei confronti delle piante, dei microrganismi in superficie e sulla chimica stessa terreno, che subisce processi talvolta benefici come la trasformazione della biomassa in micro e macroelementi disponibili alle future vegetazioni (azoto, fosforo, potassio, magnesio, sodio). Oltre a questo, c’è un aspetto molto interessante che mostra, ancora una volta, quanto la natura sia sempre un passo avanti all’uomo: proprio come la tartaruga per Achille, anche la natura trova il modo per rigenerarsi e rafforzarsi, stimolando la crescita vegetale a seguito degli incendi. Le piante possono rispondere al fuoco in due modi: riproducendosi per via vegetativa o da seme, secondo diverse strategie. Nel primo caso, dalle piante (principalmente quelle legnose) spunteranno germogli che partono dalla base della stessa: questi si chiamano polloni e sono, in parole povere, dei rami che si originano dalla radice o dalla base del fusto.
La seconda strategia, tipica perlopiù delle specie erbacee, è quella che riguarda la riproduzione per seme: a seguito delle alte temperature, il tegumento dei semi si rompe, facilitando quindi la germinazione di una nuova piantina.
In genere, comunque, i fuochi frequenti, purchè di bassa intensità, promuovono la germinazione più di quanto avvenga con incendi sporadici ma di alta intensità (Tyler 1995).

Quei germogli che avevo trovato sulla collinetta dopo l’incendio erano della pianta in assoluto più caratteristica della Sardegna: il mirto (Myrtus communis).
Il mirto è un arbusto sempreverde della famiglia delle Myrtaceae (la stessa dell’eucalipto, dei chiodi di garofano e della meravigliosa feijoa) che si trova molto facilmente in Sardegna e Corsica, ma è comune in tutto il bacino del Mediterraneo.
Sebbene non sia un endemismo della Sardegna, ho deciso di aggiungere il mirto in questa categoria per il suo valore ecologico ed economico: è famosissimo infatti per le sue bacche viola da cui si ricava il tradizionale liquore digestivo.
Grazie alle sue foglie piccole, ricche di olii essenziali e coriacee tipiche della famiglia delle Myrtaceae, è una pianta molto resistente alla siccità ed ai terreni poveri, resistendo alle condizioni di stress idrico tipiche del clima mediterraneo nelle stagioni calde.
Generalmente non supera l’altezza del cespuglio (ma si trovano anche esemplari di tre metri d’altezza) e viene utilizzato molto anche nella realizzazione di siepi grazie alla sua chioma fitta e compatta.
Fiorisce nella prima estate e sviluppa le bacche in inverno: è tradizione infatti raccogliere le bacche del mirto a partire dal giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre. Le bacche vengono raccolte a mano o tramite un apposito pettine, anche se è meglio la prima opzione, in quanto la rottura della bacca e l’esposizione dei semi all’alcool donerebbe un sapore meno gradevole al liquore. Mangiare le bacche non è consigliabile in quanto possiedono un sapore astringente che solo mia nonna era in grado di sopportare, carpendo come sarebbe stato il liquore ancor prima di cominciare a produrlo.
Ne esistono anche esemplari a bacca bianca, ma sono abbastanza rari. Quando comprate un liquore di mirto bianco, sappiate che è stato fatto con le foglie e non con le bacche bianche. Per quanto comunque sia buono, non è per niente la stessa cosa.

La scheda di Myrtus communis

Regno Plantae
Phylum Magnoliophyta
Ordine Myrtales
Famiglia Myrtaceae
Genere Myrtus
Specie M. communis

Per ricollegarmi all’introduzione su Venere: secondo il poeta romano Ovidio (43 a.C.) Venere, nata dal mare, approdando sulla spiaggia di Citara si coprì dagli sguardi maliziosi di un satiro utilizzando proprio dei rami di mirto. Probabilmente buona parte della sua bellezza fu così trasmessa a questa meravigliosa pianta mediterranea.

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2 pensieri su “Il mirto (Myrtus communis) : la Venere del fuoco

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